Recensione

L'uomo che deve schiacciare i pulsanti della morte, l'Ufficiale X-127, è asseragliato con altri duecentocinquanta "superstiti scelti" nell'ultimo avamposto dell'umanità, un bunker a prova di detonazione nucleare nelle viscere della Terra.

Sopra le loro teste sta per scoppiare la guerra più breve e apocalittica di tutti i tempi, quello che non sanno è che il loro stesso sistema presenta una falla terminale. Se le radiazione faranno piazza pulita dell'America, il rifugio sotterraneo resisterà all'ultima beffa della morte? Forse no. Forse l'incubo comincerà quando tutto sembrerà finito! -Tratto dal retro di copertina

Scritto nel 1959, nel pieno della corsa agli armamenti USA-URSS, "Livello 7" appartiene al filone SF dell'olocausto nucleare. La maggior parte delle opere appartenenti a questo genere si occupano di descrivere le difficoltà dei sopravvissuti nel dopo-bomba (pensate ad esempio ad Alas Babylon di Pat Frank).

Ho sempre trovato ridicola questa scelta. Se mai uno scenario simile dovesse presentarsi, non ci sarebbero sopravvissuti di cui narrare le gesta. Roshwald coglie in pieno il punto: il suo romanzo racconta gli ultimi giorni della razza umana, sotto forma del diario di uno degli ufficiali addetti ai pulsanti. L'intero romanzo si svolge in un rifugio sotterraneo, il che basta in sé a dargli un senso volutamente claustrofobico e soffocante. Il senso di angoscia e di tragedia imminente sono un costante crescendo che pervade ogni pagina.

L'attenzione è posta sulla psiche degli abitanti del rifugio, in particolare l'autore del diario. Inizialmente questo tizio è di una ingenuità semplicemente insopportabile, che sconfina nel criminale. Accetta passivamente tutto quello che gli viene detto senza porsi il minimo dubbio. Arriverà a premere i pulsanti che lanceranno l'attacco finale senza la minima esitazione. "Se non l'avessi fatto io, l'avrebbe fatto qualcun altro", si giustifica così con sé stesso. Sarebbe una giustificazione?

Ma con l'avvicinarsi della fine (della sua vita, della razza umana), lentamente arriverà per lui il pentimento ed il rimorso. Meglio tardi che mai.

Le premesse dunque sono ottime, l'esecuzione onesta ma non particolarmente brillante. Roshwald ha uno stile semplice e lineare, che risulta di conseguenza molto diretto ed immediato, ma dà una visione un po' troppo semplificata della situazione per i miei gusti. Lo scopo didattico è comunque pienamente raggiunto.

Arrivati in fondo, è inevitabile chiedersi quanto siamo effettivamente andati vicini al disastro in episodi come la crisi dei missili di Cuba nel '62. Non lo sapremo mai, e forse è meglio così. Ci tengo a dormire la notte.

Un consiglio di lettura, qualora dovesse piacervi questo romanzo: "On the beach" di Neville Shute.

copertina di Livello 7

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