Recensione

Il chung-li è un micidiale virus di origine asiatica che sta rapidamente causando la morte di tutta la vegetazione del pianeta. Inutili i tentativi di trovare una cura per tempo: presto l'umanità dovrà affrontare una carestia senza precedenti. Gran parte della popolazione è destinata a morire di fame, e un ritorno alla barbarie medievale sembra inevitabile. John Custance, ingegnere londinese, è disposto a tutto pur di salvare la sua famiglia; abbandonata la città, intraprende un pericoloso viaggio verso l'unica speranza di salvezza, l'isolata valle sperduta nella campagna inglese dove vive il fratello David, agricoltore che per far fronte all'emergenza ha dedicato tutta la sua terra alla coltivazione di patate e barbabietole, uniche piante commestibili immuni al virus. Il viaggio si rivelerà ben presto un vero e proprio incubo, una continua lotta per la sopravvivenza, che costringerà John a mettere da parte ogni scrupolo o parvenza di moralità pur di garantire la sopravvivenza della sua famiglia. Ma John non immagina che il peggio lo attende proprio al termine del viaggio... Mi viene spontaneo fare un paragone con Alas, Babylon, altro romanzo di genere post-apocalittico che ho letto poco tempo fa. Anche nel romanzo di Pat Frank i protagonisti sono costretti a confrontarsi con un ritorno alle barbarie conseguente allo sgretolarsi della struttura sociale, ma il loro senso morale sembra non essere toccato più di tanto; uccidono raramente e solo per difendersi, quando vi sono assolutamente costretti. La mia impressione che tale visione sia fin troppo edulcorata si è rafforzata dopo aver letto questo "Morte dell'erba". Fin dall'inizio del viaggio, i protagonisti sono costretti a compiere gesti che definire eticamente discutibili è un eufemismo; uccidere altri esseri umani semplicemente per procurarsi dei viveri o delle armi diventa del tutto normale ed accettabile, un gesto compiuto con la massima naturalezza e spontaneità, senza cattiveria o soddisfazione, ma anche senza rimorso o senso di colpa. L'omicidio è accettato come una necessità imprescindibile. Si uccide per sopravvivere, e solo se strettamente necessario, ma senza remore morali o sensi di colpa. Come fanno gli animali. Questo è l'aspetto che più mi ha colpito del romanzo di Chrisopher, aspetto che rende la storia spietatamente realistica. Non si cerca in nessun modo di addolcire la pillola al lettore. Dopo aver letto questo romanzo apprezzerete di più le comodità di tutti i giorni, anche quelle più banali e scontate come quella di avere un pasto caldo ed un letto per dormire... istruttivo.


Quotes

"In un certo senso, credo che il virus abbia diritto di vincere. Per anni abbiamo trattato la terra come se fosse una banca da saccheggiare. Ma la terra, dopo tutto, è anch'essa viva. "

"Viveri razionati, senza neanche il gusto di scatenare una guerra per il cibo. "

"Lealtà e generosità sono un lusso delle epoche civili. "


foto di John Christopher

John Christopher

John Christopher, pseudonimo di Sam Youd (Huyton, 12 febbraio 1922 – Bath, 3 febbraio 2012), è stato uno scrittore e autore di fantascienza inglese. Oltre che come Samuel Youd e Christopher Youd, ha scritto anche sotto gli pseudonimi di Stanley Winchester, Hilary Ford, William Godfrey, Peter Graaf, Peter Nichols e Anthony Rye. È conosciuto soprattutto per la trilogia de I tripodi e per quella di Sword of the Spirits che sono dedicate ai ragazzi, e per i suoi romanzi di fantascienza apocalittica e post apocalittica.

copertina di Morte dell'erba

Scheda del libro

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